”Le Sindoni vegetali sono la cifra stilistica dell'arte di Gaia Bellini. Stampe botaniche su tela che intendono ripristinare un rapporto autentico con la Natura, con una vita che scorre seguendo il ritmo delle stagioni. La Sindone vegetale mostra all'uomo quanto sia plasmato a immagine e somiglianza della Natura e gli suggerisce di trovare un nuovo senso sacrale nel suo rapporto con essa. È un anelito di partecipazione alla divina immensità del tutto, quello di cui Bellini discorre attraverso la sua arte, creata assieme ai frutti della Terra, in un perpetuo fluire di mutamento, sacralità e natura. Come scrive Philip Bal in Colore. Una biografia: "L'arte parla allo spirito ma si alimenta del concreto". Le tele sono create con la tecnica della stampa botanica, metodo ideato e affinato durante gli anni dell'Accademia: le sindoni, durante la loro prima fase di esistenza, sono crisalidi di tela, all'interno delle quali sono poste bacche e semi, il cui colore viene assorbito grazie all'esposizione alla luce solare e altri agenti naturali. Questa prima fase di mutamento è definita dall'artista una performance nascosta.
Dopo l'intelaiatura e nei giorni successivi la tela andrà poi mutando sino a lasciare in superficie solo quelli che sono stati i segni più intensi che il Tempo ha inciso, non soltanto l'artista, rendendo intrinseci all’opera armonia cromatica e panica, e in alcuni casi persino tornando al vuoto originale. Quando ciò accade la componente primaria non è più l'impronta ma l'assenza della stessa, in un movimento a ritroso di creazione.
Una sensibilità estetica che affascina per la combinazione di studio consapevole e scoperta. Le piante scelte da Bellini sono colte nel suo territorio, spesso nei dintorni dell'atelier in collina, come segno del legame che unisce i corpi al luogo che li ha generati. I coloranti naturali si assimilano così a modus operandi: raffinatezza, osservazione e studio, ovvero l a pratica generatrice, che incarna la conoscenza dello strato botanico che si stampa sulla tela con il tempo e con l'esposizione agli agenti atmosferici. Da una performance muta nasce un oggetto d'arte che parla del Tuto, che va ascoltato per riscoprire la sorte dell'essere umano sulla Terra. La Sindone, con il suo continuo mutamento di colore, evidenzia quanto l o svanire delle tracce vegetali impresse nella trama della sua tela coincidano con le dinamiche mortali che determinano l'esistenza umana.
È così che Bellini vuole che si accetti la natura transeunte delle cose, cogliendo la bellezza dell'impermanenza. L'arte tacita e misurata di Gaia Bellini, nonostante possieda più di una aderenza ala classicità, non si riferisce all'uomo come massima e perfetta espressione del mondo, ma è tesa verso la forza universale del pianeta: la vegetazione.”

E da questo testo della preziosa Chiara Tonelli vorrei partire a raccontarvi la storia di Sindoni vegetali. Il progetto nasce come una ricerca personale sul concetto di pelle, intesa non solo come involucro corporeo, ma come membrana identitaria e fragile confine dell’io. Nel mito di Marsia – scorticato vivo da Apollo per aver osato sfidarlo – la pelle diventa simbolo di integrità e al tempo stesso di vulnerabilità: un involucro che ci garantisce individualità solo se preservato, protetto, custodito.
Le Sindoni vegetali si offrono come superfici in divenire: tele che hanno accolto al loro interno semi in germinazione, lasciandoli vegetare per nove mesi. In quel tempo silenzioso e segreto, i semi hanno rilasciato pigmenti, tannini, sostanze vitali che la tela ha assorbito naturalmente, trasformandosi in cronaca viva dell’impermanenza. Ogni sfumatura, ogni velatura cromatica è la traccia di una metamorfosi che non si lascia fissare, ma che continua ad affiorare nel tempo, come un organismo che respira.
Eppure, la storia di queste opere non si esaurisce nel loro processo originario. L’ironia della sorte ha voluto iscrivere nel loro corpo un evento inatteso. Alte tre metri, pensate per evocare la verticalità di una spina dorsale e il senso di pelle eretta, le tele furono esposte anni fa in occasione di Art Night a Venezia. Durante quelle notti, a contatto con il pavimento, un allagamento le raggiunse. L’acqua alta, intrisa di ferro, incontrò i tannini vegetali e generò linee orizzontali sottili e precise: segni che oggi attraversano l’opera come ferite, ma anche come nuove scritture.

Ciò che inizialmente vissi come distruzione – lo stravolgimento del concetto di verticalità, lo sfregio involontario di un’opera pensata come colonna – si è rivelato una trasformazione necessaria. Quelle linee orizzontali, linee isoelettriche marine, hanno inciso nella tela un’altra verità: la memoria di un sopruso climatico, di una fragilità collettiva che supera il mio io-pelle e si riversa in un destino comune. Non più soltanto pelle individuale, ma pelle terrestre.
Così, l’errore si è trasformato in narrazione, la ferita in testimonianza, il fallimento in nuova creazione.
❋ GAIA BELLINI
Silvia Bertoldo (1996, Bassano del Grappa) è una fotografa e artista visiva che esplora contrasti e fragilità quotidiane, focalizzandosi sull'interdipendenza e gli equilibri precari.
Le sue opere oscillano tra razionale e irrazionale, unendo gioco e analisi. Concentrandosi sull'identità, l'esperienza del luogo e la memoria visiva, mette in luce le sfumature emergenti dall'interazione tra corpo e ambiente.
La sua pratica artistica esprime una visione ambigua e metamorfica, riflettendo una responsabilità verso la prossemica e le connessioni emotive e formative.
Ritratti di fratture invisibili, un viaggio intimo alla ricerca dei propri contorni.
Una contemplazione di paradossi e suggestioni evocative che risvegliano sogni dimenticati.
@silvia_bertoldo


