Una rivista indipendente e collaborativa di arte, design, creatività e discipline affini, che si concentra sulla divulgazione di progetti ed elaborati provenienti da Veneto e zone limitrofe. I contributi selezionati hanno in comune la stessa visione della creatività, intesa come strumento etico per ripensare il presente ed utilizzata al fine di sviluppare sostenibilità ambientale e sociale.

Editoriale

·

7 min

N.01 Elogio dell'Errare

Il numero attraversa pratiche e immaginari legati al vagare, al tentativo, allo sbaglio e alla ripetizione, valorizzando il processo oltre la misurabilità economica o commerciale.

Pubblicazione

Feb 28, 2026

Autorə

Elisa Gyssels

"Errore" è una parola che esprime una sentenza. Non prevede spazio per interpretazioni, vive nel mondo del bianco e del nero: o una cosa è giusta, oppure è sbagliata. Se qualcuno fa un errore, ha sbagliato: è finita. Certo, può rimediare a quell'errore, trovare una soluzione, ma è stato fatto, non si cancella. "Errare", che ne condivide la radice, indica invece l'atto di andare qua e là senza direzione o meta certa, uscire dal sentiero tracciato, vagare senza sapere dove si vuole andare. Un concetto del genere nasce e vive nel grigio, non ha in sé qualcosa di giusto o di sbagliato.


Ma come fanno due concetti così diversi ad avere la stessa etimologia? Se ci pensiamo, in realtà, non sono poi così distinti. Errare, originariamente, non è tanto il vagare, quanto l’uscire dalla strada della verità, andando perciò incontro all'errore. Scegliere consapevolmente di uscire dal sentiero battuto, non per seguirne un altro, ma per non seguirne nessuno, è considerato un rischio inutile, in ottica di efficienza. Perché esplorare nuove vie, quando ne esistono già di note? Se l'obiettivo è un risultato controllabile e comunemente accettato, uscire dagli schemi è uno spreco di tempo e di risorse, un elemento imprevedibile e quindi inaccettabile. Giusto? Il problema è che non credo esista un numero finito di soluzioni corrette, né che seguire sempre la stessa strada utilizzando i medesimi elementi sia la cosa migliore. Un risultato uguale, prevedibile e testato non è l'obiettivo finale, e trovo assurdo pensare che lo possa essere, in ambito creativo.

Numero 01 - Elogio dell'errare, copertina.

Numero 01 - Elogio dell'errare.

Oggi sono graphic designer e art director, ma mi sono avvicinata al mondo visivo attraverso le arti figurative. Ero la classica artista a cui era stato detto che di arte non si può mangiare, e che avrebbe dovuto trovare una carriera spendibile nel mercato del lavoro. Così mi sono avvicinata alla grafica, e mi sono iscritta all'università senza sapere neanche bene che cosa fosse. Presto però ne sono rimasta affascinata: il concept, il problema, la soluzione. Un gioco di strategia dalle infinite possibilità, una palestra che metteva assieme mente, problem solving, creatività e gusto estetico. Ho visto nella grafica infinite possibilità per dare forma ai miei pensieri, qualcosa che non avevo trovato nella pittura. Ma la mia formazione era tutt'altra: griglie non ne avevo mai usate, avevo letto nei manuali di storia dell'arte che i grandi artisti erano quelli che riuscivano a rompere le regole, e quindi non capivo perché nella grafica mi venisse insegnato un canone: il font migliore da usare, la palette perfetta, la griglia imprescindibile. Per me, sia la pittura che la grafica erano comunicazione, e quindi dovevano esistere per entrambe le stesse regole. Oppure non doveva essercene nessuna. Invece vigeva la dittatura non scritta del modernismo e del minimalismo: un grande designer era quello che riusciva a risolvere qualsiasi problema con un Helvetica, grandi spazi vuoti e una palette di bianco, nero e rosso". Un appiattimento degli stili e delle differenze per creare un pacchetto standard che piaccia a tutti e che venda. Il capitalismo della creatività.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Per il modernismo l’ambizione è — come ricorda Falcinelli in Critica portatile al visual design — creare qualcosa che non abbia uno stile, perché gli stili non sono oggettivi, sono temporanei e non democratici. Imporre dall’alto l’annullamento delle differenze, però, non è democrazia; livellare le peculiarità non è prendere in considerazione tutti, è non prendere in considerazione nessuno. Questi non sono principi di uguaglianza, ma di dittatura mascherati come democratici. Può sembrare un’esagerazione parlare di dittatura, ma la cultura estetica di un tempo è sempre il riflesso delle sue ideologie. Non è un caso quindi che una produzione creativa omologata e standardizzata emerga in Europa nel XX secolo, assieme al consolidamento del capitalismo moderno e all’ascesa di dittature e fascismi. Parlare di un unico canone di bellezza è un affronto eurocentrico alle diverse culture che esistono nel mondo, ma anche a volti, corpi e storie che si distinguono dalla “normalità”. Tentare di uniformare l’estetica riflette un desiderio di uniformare le persone e il mondo.


Propongo quindi Elogio dell’errare, un elogio del creare per amore di farlo, senza l’ambizione di alcun risultato. Un numero con articoli che parlano di esplorare, di vagare con la mente e con il corpo, di sbagliare e di riprovare. Una riflessione sul valore non economico o commerciale del processo, per abbracciare le differenze, invece che tentare di omologarle. Per utilizzare le tecniche sbagliate, i font brutti, perché non esiste una definizione unica di correttezza, quando si parla di estetica. Non significa che sia giusto fare un po’ qualunque cosa: ci sono dei principi generali da seguire, spesso legati al buon senso.
Sarebbe ipocrita parlare di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, e poi sostenere una creatività che agisce senza regole. Ma l’unico principio generale che mi sento di consigliare è quello del bene, del non nuocere. Con Elogio dell’errare vorrei alzare un bel dito medio alle definizioni di errore, per analizzarle da capo, e capire che fare strada facendo.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Una rivista indipendente e collaborativa di arte, design, creatività e discipline affini, che si concentra sulla divulgazione di progetti ed elaborati provenienti da Veneto e zone limitrofe. I contributi selezionati hanno in comune la stessa visione della creatività, intesa come strumento etico per ripensare il presente ed utilizzata al fine di sviluppare sostenibilità ambientale e sociale.

Editoriale

·

7 min

N.01 Elogio dell'Errare

Pubblicazione

Feb 28, 2026

Autorə

Elisa Gyssels

Il numero attraversa pratiche e immaginari legati al vagare, al tentativo, allo sbaglio e alla ripetizione, valorizzando il processo oltre la misurabilità economica o commerciale.

"Errore" è una parola che esprime una sentenza. Non prevede spazio per interpretazioni, vive nel mondo del bianco e del nero: o una cosa è giusta, oppure è sbagliata. Se qualcuno fa un errore, ha sbagliato: è finita. Certo, può rimediare a quell'errore, trovare una soluzione, ma è stato fatto, non si cancella. "Errare", che ne condivide la radice, indica invece l'atto di andare qua e là senza direzione o meta certa, uscire dal sentiero tracciato, vagare senza sapere dove si vuole andare. Un concetto del genere nasce e vive nel grigio, non ha in sé qualcosa di giusto o di sbagliato.


Ma come fanno due concetti così diversi ad avere la stessa etimologia? Se ci pensiamo, in realtà, non sono poi così distinti. Errare, originariamente, non è tanto il vagare, quanto l’uscire dalla strada della verità, andando perciò incontro all'errore. Scegliere consapevolmente di uscire dal sentiero battuto, non per seguirne un altro, ma per non seguirne nessuno, è considerato un rischio inutile, in ottica di efficienza. Perché esplorare nuove vie, quando ne esistono già di note? Se l'obiettivo è un risultato controllabile e comunemente accettato, uscire dagli schemi è uno spreco di tempo e di risorse, un elemento imprevedibile e quindi inaccettabile. Giusto? Il problema è che non credo esista un numero finito di soluzioni corrette, né che seguire sempre la stessa strada utilizzando i medesimi elementi sia la cosa migliore. Un risultato uguale, prevedibile e testato non è l'obiettivo finale, e trovo assurdo pensare che lo possa essere, in ambito creativo.

Numero 01 - Elogio dell'errare, copertina.

Numero 01 - Elogio dell'errare.

Oggi sono graphic designer e art director, ma mi sono avvicinata al mondo visivo attraverso le arti figurative. Ero la classica artista a cui era stato detto che di arte non si può mangiare, e che avrebbe dovuto trovare una carriera spendibile nel mercato del lavoro. Così mi sono avvicinata alla grafica, e mi sono iscritta all'università senza sapere neanche bene che cosa fosse. Presto però ne sono rimasta affascinata: il concept, il problema, la soluzione. Un gioco di strategia dalle infinite possibilità, una palestra che metteva assieme mente, problem solving, creatività e gusto estetico. Ho visto nella grafica infinite possibilità per dare forma ai miei pensieri, qualcosa che non avevo trovato nella pittura. Ma la mia formazione era tutt'altra: griglie non ne avevo mai usate, avevo letto nei manuali di storia dell'arte che i grandi artisti erano quelli che riuscivano a rompere le regole, e quindi non capivo perché nella grafica mi venisse insegnato un canone: il font migliore da usare, la palette perfetta, la griglia imprescindibile. Per me, sia la pittura che la grafica erano comunicazione, e quindi dovevano esistere per entrambe le stesse regole. Oppure non doveva essercene nessuna. Invece vigeva la dittatura non scritta del modernismo e del minimalismo: un grande designer era quello che riusciva a risolvere qualsiasi problema con un Helvetica, grandi spazi vuoti e una palette di bianco, nero e rosso". Un appiattimento degli stili e delle differenze per creare un pacchetto standard che piaccia a tutti e che venda. Il capitalismo della creatività.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Per il modernismo l’ambizione è — come ricorda Falcinelli in Critica portatile al visual design — creare qualcosa che non abbia uno stile, perché gli stili non sono oggettivi, sono temporanei e non democratici. Imporre dall’alto l’annullamento delle differenze, però, non è democrazia; livellare le peculiarità non è prendere in considerazione tutti, è non prendere in considerazione nessuno. Questi non sono principi di uguaglianza, ma di dittatura mascherati come democratici. Può sembrare un’esagerazione parlare di dittatura, ma la cultura estetica di un tempo è sempre il riflesso delle sue ideologie. Non è un caso quindi che una produzione creativa omologata e standardizzata emerga in Europa nel XX secolo, assieme al consolidamento del capitalismo moderno e all’ascesa di dittature e fascismi. Parlare di un unico canone di bellezza è un affronto eurocentrico alle diverse culture che esistono nel mondo, ma anche a volti, corpi e storie che si distinguono dalla “normalità”. Tentare di uniformare l’estetica riflette un desiderio di uniformare le persone e il mondo.


Propongo quindi Elogio dell’errare, un elogio del creare per amore di farlo, senza l’ambizione di alcun risultato. Un numero con articoli che parlano di esplorare, di vagare con la mente e con il corpo, di sbagliare e di riprovare. Una riflessione sul valore non economico o commerciale del processo, per abbracciare le differenze, invece che tentare di omologarle. Per utilizzare le tecniche sbagliate, i font brutti, perché non esiste una definizione unica di correttezza, quando si parla di estetica. Non significa che sia giusto fare un po’ qualunque cosa: ci sono dei principi generali da seguire, spesso legati al buon senso.
Sarebbe ipocrita parlare di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, e poi sostenere una creatività che agisce senza regole. Ma l’unico principio generale che mi sento di consigliare è quello del bene, del non nuocere. Con Elogio dell’errare vorrei alzare un bel dito medio alle definizioni di errore, per analizzarle da capo, e capire che fare strada facendo.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Una rivista indipendente e collaborativa di arte, design, creatività e discipline affini, che si concentra sulla divulgazione di progetti ed elaborati provenienti da Veneto e zone limitrofe. I contributi selezionati hanno in comune la stessa visione della creatività, intesa come strumento etico per ripensare il presente ed utilizzata al fine di sviluppare sostenibilità ambientale e sociale.

Editoriale

·

7 min

N.01 Elogio dell'Errare

Pubblicazione

Feb 28, 2026

Autorə

Elisa Gyssels

Il numero attraversa pratiche e immaginari legati al vagare, al tentativo, allo sbaglio e alla ripetizione, valorizzando il processo oltre la misurabilità economica o commerciale.

"Errore" è una parola che esprime una sentenza. Non prevede spazio per interpretazioni, vive nel mondo del bianco e del nero: o una cosa è giusta, oppure è sbagliata. Se qualcuno fa un errore, ha sbagliato: è finita. Certo, può rimediare a quell'errore, trovare una soluzione, ma è stato fatto, non si cancella. "Errare", che ne condivide la radice, indica invece l'atto di andare qua e là senza direzione o meta certa, uscire dal sentiero tracciato, vagare senza sapere dove si vuole andare. Un concetto del genere nasce e vive nel grigio, non ha in sé qualcosa di giusto o di sbagliato.


Ma come fanno due concetti così diversi ad avere la stessa etimologia? Se ci pensiamo, in realtà, non sono poi così distinti. Errare, originariamente, non è tanto il vagare, quanto l’uscire dalla strada della verità, andando perciò incontro all'errore. Scegliere consapevolmente di uscire dal sentiero battuto, non per seguirne un altro, ma per non seguirne nessuno, è considerato un rischio inutile, in ottica di efficienza. Perché esplorare nuove vie, quando ne esistono già di note? Se l'obiettivo è un risultato controllabile e comunemente accettato, uscire dagli schemi è uno spreco di tempo e di risorse, un elemento imprevedibile e quindi inaccettabile. Giusto? Il problema è che non credo esista un numero finito di soluzioni corrette, né che seguire sempre la stessa strada utilizzando i medesimi elementi sia la cosa migliore. Un risultato uguale, prevedibile e testato non è l'obiettivo finale, e trovo assurdo pensare che lo possa essere, in ambito creativo.

Numero 01 - Elogio dell'errare, copertina.

Numero 01 - Elogio dell'errare.

Oggi sono graphic designer e art director, ma mi sono avvicinata al mondo visivo attraverso le arti figurative. Ero la classica artista a cui era stato detto che di arte non si può mangiare, e che avrebbe dovuto trovare una carriera spendibile nel mercato del lavoro. Così mi sono avvicinata alla grafica, e mi sono iscritta all'università senza sapere neanche bene che cosa fosse. Presto però ne sono rimasta affascinata: il concept, il problema, la soluzione. Un gioco di strategia dalle infinite possibilità, una palestra che metteva assieme mente, problem solving, creatività e gusto estetico. Ho visto nella grafica infinite possibilità per dare forma ai miei pensieri, qualcosa che non avevo trovato nella pittura. Ma la mia formazione era tutt'altra: griglie non ne avevo mai usate, avevo letto nei manuali di storia dell'arte che i grandi artisti erano quelli che riuscivano a rompere le regole, e quindi non capivo perché nella grafica mi venisse insegnato un canone: il font migliore da usare, la palette perfetta, la griglia imprescindibile. Per me, sia la pittura che la grafica erano comunicazione, e quindi dovevano esistere per entrambe le stesse regole. Oppure non doveva essercene nessuna. Invece vigeva la dittatura non scritta del modernismo e del minimalismo: un grande designer era quello che riusciva a risolvere qualsiasi problema con un Helvetica, grandi spazi vuoti e una palette di bianco, nero e rosso". Un appiattimento degli stili e delle differenze per creare un pacchetto standard che piaccia a tutti e che venda. Il capitalismo della creatività.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Per il modernismo l’ambizione è — come ricorda Falcinelli in Critica portatile al visual design — creare qualcosa che non abbia uno stile, perché gli stili non sono oggettivi, sono temporanei e non democratici. Imporre dall’alto l’annullamento delle differenze, però, non è democrazia; livellare le peculiarità non è prendere in considerazione tutti, è non prendere in considerazione nessuno. Questi non sono principi di uguaglianza, ma di dittatura mascherati come democratici. Può sembrare un’esagerazione parlare di dittatura, ma la cultura estetica di un tempo è sempre il riflesso delle sue ideologie. Non è un caso quindi che una produzione creativa omologata e standardizzata emerga in Europa nel XX secolo, assieme al consolidamento del capitalismo moderno e all’ascesa di dittature e fascismi. Parlare di un unico canone di bellezza è un affronto eurocentrico alle diverse culture che esistono nel mondo, ma anche a volti, corpi e storie che si distinguono dalla “normalità”. Tentare di uniformare l’estetica riflette un desiderio di uniformare le persone e il mondo.


Propongo quindi Elogio dell’errare, un elogio del creare per amore di farlo, senza l’ambizione di alcun risultato. Un numero con articoli che parlano di esplorare, di vagare con la mente e con il corpo, di sbagliare e di riprovare. Una riflessione sul valore non economico o commerciale del processo, per abbracciare le differenze, invece che tentare di omologarle. Per utilizzare le tecniche sbagliate, i font brutti, perché non esiste una definizione unica di correttezza, quando si parla di estetica. Non significa che sia giusto fare un po’ qualunque cosa: ci sono dei principi generali da seguire, spesso legati al buon senso.
Sarebbe ipocrita parlare di uguaglianza, di valorizzazione delle differenze, e poi sostenere una creatività che agisce senza regole. Ma l’unico principio generale che mi sento di consigliare è quello del bene, del non nuocere. Con Elogio dell’errare vorrei alzare un bel dito medio alle definizioni di errore, per analizzarle da capo, e capire che fare strada facendo.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.

Numero 01 - Elogio dell'errare, evento di lancio.