"Errore" è una parola che esprime una sentenza. Non prevede spazio per interpretazioni, vive nel mondo del bianco e del nero: o una cosa è giusta, oppure è sbagliata. Se qualcuno fa un errore, ha sbagliato: è finita. Certo, può rimediare a quell'errore, trovare una soluzione, ma è stato fatto, non si cancella. "Errare", che ne condivide la radice, indica invece l'atto di andare qua e là senza direzione o meta certa, uscire dal sentiero tracciato, vagare senza sapere dove si vuole andare. Un concetto del genere nasce e vive nel grigio, non ha in sé qualcosa di giusto o di sbagliato.
Ma come fanno due concetti così diversi ad avere la stessa etimologia? Se ci pensiamo, in realtà, non sono poi così distinti. Errare, originariamente, non è tanto il vagare, quanto l’uscire dalla strada della verità, andando perciò incontro all'errore. Scegliere consapevolmente di uscire dal sentiero battuto, non per seguirne un altro, ma per non seguirne nessuno, è considerato un rischio inutile, in ottica di efficienza. Perché esplorare nuove vie, quando ne esistono già di note? Se l'obiettivo è un risultato controllabile e comunemente accettato, uscire dagli schemi è uno spreco di tempo e di risorse, un elemento imprevedibile e quindi inaccettabile. Giusto? Il problema è che non credo esista un numero finito di soluzioni corrette, né che seguire sempre la stessa strada utilizzando i medesimi elementi sia la cosa migliore. Un risultato uguale, prevedibile e testato non è l'obiettivo finale, e trovo assurdo pensare che lo possa essere, in ambito creativo.












